07 giugno, 2017

premio racconti in rete MARIA PIA PIERI

Premio Racconti nella Rete 2017 “Un castello di carte” di Maria Pia Pieri

Categoria: Premio Racconti in rete
La villa era proprio come se la ricordava, grande, squadrata e solida, con due piani pieni di finestre e di persiane verdi. Sopra, l’altana dove la madre stendeva il bucato quando pioveva, dove si potevano trovare vecchie mele, piccole e aggrinzite, un po’ d’uva fragolina quasi secca e le noci ancora nere del loro mallo. Aveva scritto che la restaurassero però senza togliere e aggiungere niente e il risultato lo appagava almeno in parte.. Costruita in alto rispetto al paese, da lì si potevano vedere colline,  montagne, altri paesi e,  soprattutto, l’altra villa, quella giù in basso.
Erano passati tanti anni, troppi, sempre con il desiderio del ritorno nei luoghi  dove era nato e nella villa che gli stava davanti, dove da bimbetto, quando non c’erano i padroni, poteva andare a curiosare e giocare sotto gli occhi della madre che ne era la custode e la serva. Certe volte giocava a fare  il padrone. Allora chiamava i cani, due alani, più alti di lui, e cominciava a passeggiare tutto dritto. “Impalato”, gli diceva la madre, “cosa fai? Vieni piuttosto ad aiutarmi.”
Era nato nella casa del contadino, con la cantina e la stalla a piano terra, la scala di pietra all’esterno e quella interna piccola, di legno, per salire su dalla cucina alle due camere. Si ricordava ancora il freddo, il tetto a tegole che lasciava passare luce e umido e vento. Una casa che pensava di riparare e rendere comoda quando da giovane immaginava di andarci a vivere con colei che amava, e che invece era andata in rovina ed era stata abbattuta.
Aveva fatto fortuna e ora era tornato, solo. Il padre era morto pochi anni dopo la sua partenza per il nuovo mondo; la madre molto più tardi;  anche la  moglie,  nata da genitori italiani emigrati in America, bellina, brava, americanizzata, era morta da qualche anno. I due figli erano sistemati bene, uno proseguiva la sua attività imprenditoriale – gli faceva sempre venire voglia di ridere quando sentiva questa espressione, ma così era e per il meglio visti i profitti –  l’altro aveva  studiato: college, università, scuola di legge e ora era avvocato. Entrambi  con poco interesse per i luoghi d’origine e i ricordi del padre, tanto meno per il rancore che si portava dentro. Forse se avesse avuto una figlia, come aveva tanto desiderato, avrebbe potuto prendere altre decisioni e rimanere là dove aveva fatto fortuna, ma così non era andata.
Entrò perché lo doveva fare, non poteva restare all’esterno e poi voleva salire su all’altana e vedere bene la  villa in basso, quella degli altri padroni,  quella dapprima tanto amica, poi diventata oggetto d’odio.
Anche qui c’era una casa di contadini dove era nata e cresciuta Isolina,  pure lei figlia unica, un caso insolito per quei tempi ma adatto a far nascere amicizie e amori. E così era stato tra loro due per un tempo beato. Poi lui era dovuto partire soldato di leva. Allora, come si usava, fu deciso di aspettare il suo ritorno per il fidanzamento ufficiale e il matrimonio. Ma qualcosa era accaduto: il figlio dei padroni se ne era innamorato, ne aveva approfittato e l’aveva sposata. Lui non l’aveva più vista. Appena tornato dal servizio militare si era imbarcato per l’America. Solo più tardi, da una lettera della madre, aveva saputo che Isolina aveva partorito una figlia morta e che subito dopo anche lei era morta. Isolina solare e dolce.
La madre  era rimasta ad attendere il suo ritorno, ma lui non era tornato.  Avrebbe voluto che fosse lei a venire nel nuovo mondo, ma non aveva mai insistito di fronte ai suoi rifiuti. Anche la madre era parte di un passato che avrebbe voluto dimenticare e che invece gli faceva ancora tanto male dentro.
Vide la villa, piccola in confronto a quella che ora era sua, comprata con tanti soldi, troppi per i suoi figli non abbastanza per il suo rancore. Niente sembrava mutato, sentì dei rumori, parole, persone. Pensò che il padroncino si fosse risposato e avesse avuto altri figli e nipoti che vivevano lì.
“Vendetta, tremenda vendetta”, le parole del Rigoletto gli risuonavano dentro e talvolta, quasi inconsciamente, gli affioravano sulle labbra. Da allora lo avevano  accompagnato per buona parte della vita, da aiutante e poi panettiere in una bakery  a Chicago, fino alla decisione di lasciare la grande città e sistemarsi in un luogo più piccolo, più simile al suo di partenza, in California, ma non a San Francisco, di cui tutti parlavano, bensì a Sacramento, nell’interno, nelle vallate lontano dal mare. Là, fare il pane all’Italiana si era dimostrata una scelta di successo a cui  in seguito aveva aggiunto la produzione del vino.  Dall’orto, avuto in eredità da un vecchio immigrato, era passato alla maggiore azienda vinicola della zona con distribuzione commerciale negli stati dell’Unione fino in Europa.  Aveva dato lavoro a tanti connazionali e non, operai e dirigenti, gente che andava e veniva dall’America all’Italia per lui e che faceva prosperare i suoi affari.  Ma lui non aveva mai partecipato a questi viaggi, fino a quando, morti i vecchi padroni e con i parenti che non avevano soldi per tenerla in vita, aveva potuto comprare la villa grande.  Allora aveva lasciato nelle mani dei figli tutto ciò che in quaranta anni aveva costruito ed era tornato, spinto non tanto da una voglia di vendetta, anche se le parole del Rigoletto gli risuonavano spesso sulle labbra, quanto dal bisogno di liberarsi del suo dolore.
***
Sapeva che in paese aspettavano il suo ritorno. I lavori alla casa erano stati seguiti con curiosità, ammirazione e probabilmente con pettegolezzi. All’inizio gli era sembrata una iniziativa che potesse restare anonima, quasi nascosta, ma non era stato possibile, e ora il sindaco e anche il pievano volevano incontrarlo e dargli il benvenuto e forse benedirlo. Lui che, partito dal paese, in chiesa non c’era più stato se non per cerimonie ufficiali, battesimi, matrimoni e funerali. L’indomani sarebbe dovuto andare alla messa e incontrare tutti.
Così fece. La chiesa era piena per la celebrazione delle dieci, più del solito perché i paesani si aspettavano la sua partecipazione e volevano vederlo. Nella chiesa affollata le prime persone che scorse, seduti nella prima panca, furono il padroncino, anche lui ormai con la testa imbiancata, e una donna con un ragazzo vicino. Una Isolina giovane, viva, sorridente, bella. La vista gli si annebbiò, pensò di essere sul punto di svenire, si fece forza e riuscì a sedersi sulla  panca più vicina. Poi nascose il volto tra le mani come per pregare, in realtà per potersi riprendere. Ricordò la lettera della madre: Isolina è morta di parto insieme alla sua creatura. Si rese conto che era stata una pietosa bugia che lo aveva accompagnato in tutti quegli anni, in quella specie di isolamento e di distacco dal paese in cui aveva voluto vivere.
Sopraffatto da una moltitudine di ricordi e di emozioni, non si accorse di quello che accadeva all’altare e intorno a lui, finché il prete gli si avvicinò per salutarlo ma anche per fargli notare che era rimasto solo nella chiesa ormai vuota. Ringraziò sorridendo stancamente e uscì sulla piazza del paese dove gruppetti di persone stavano ad aspettarlo, sorridenti e quasi euforici per il suo ritorno. Lui sentiva solo il bisogno di allontanarsi, di rinchiudersi in casa e dare sfogo al pianto. Ma il padroncino si avvicinò, l’abbracciò chiamandolo vecchio amico, gli presentò la figlia… Ho tanto sentito parlare di lei, che piacere conoscerla, venga a trovarci. Più tardi, ripensandoci, si rese conto di non sapere cosa avesse risposto. Appena gli fu possibile si allontanò e arrivato a casa si accovacciò in un angolo scuro dell’ingresso come un animale ferito, incapace perfino di respirare.
Passò così parecchie ore, cominciò a riprendersi quando tutto l’ingresso divenne buio e fu finalmente in grado di ripensare a quello che aveva scoperto. Isolina era morta ma la figlia era sopravvissuta ed era cresciuta diventando simile alla madre nel fisico e forse anche nello spirito. L’ultimo dono per il suo rivale. Per la prima volta sentì che tutto quello per cui aveva vissuto e lavorato, sempre con quel rancore dentro, era stato invano. Altro che vendetta, erano amore e calore quello di cui avrebbe avuto bisogno. Pensò anche che i figli avevano avuto ragione quando gli avevano detto che il ritorno e l’acquisto della villa sarebbero state uno spreco di energie. Che sarebbe andato incontro a delusioni.
“Un castello di carte non regge”, così gli diceva la madre quando da piccolo si divertiva, come tanti suoi coetanei, a costruire un castello con le carte da gioco. Andava tutto bene, sembrava che la costruzione tenesse, lui era bravo con le sue piccole mani leggere, ma sul più bello, quando doveva sistemare l’ultima carta, le carte cadevano sul tavolo in un mucchietto senza costrutto. Era sempre così.
In quel momento sentì di odiare la villa. Non era più il rifugio che aveva voluto e idealizzato ma un peso opprimente che lo schiacciava, qualcosa da cui liberarsi. Salì su fino all’altana, si affacciò alla balaustra e guardò in basso. Nel prato erano sbocciati i primi fiori

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