giovedì 29 ottobre 2026
Artemisia
Artemisia Gentileschi a Firenze
Museo degli Innocenti,
fino a al 4 aprile 2027
il Museo degli Innocenti ospita per la prima volta una mostra fantastica dedicata al periodo fiorentino di Artemisia Gentileschi una donna artista che riemmo oggi affronta la vita guaedando davanti a se con coraggio determinazione riuscendo ad affermarsi nel mondo artistico culturale del tempo ed è propio a
Firenze che lei Artemisiala sua maturità artistica ma da dove arrivava Artemisia ?
Roma era in quel momento un grande centro artistico e la sua atmosfera satura di cultura e di arte costituiva un ambiente unico in Europa. La Riforma Cattolica, in effetti, costituì per l'Urbe un'eccezionale spinta propulsiva e portò al restauro di numerose chiese – e, dunque, a un sostanziale incremento di committenze che coinvolse tutte le maestranze impegnate in quei cantieri – e a svariati interventi urbanistici, i quali sovrapposero all'antica e angusta città medievale una nuova maglia funzionale di strade scandite da immense piazze e delineate da sfarzose residenze gentilizie.
Roma era molto fervente anche dal punto di vista sociale: nonostante l'alta densità di mendicanti, prostitute e ladri, in città affluivano numerosissimi i pellegrini (con l'evidente intento di rafforzare la propria fede visitando i vari luoghi sacri) e di artisti, di cui molti fiorentini (durante il Cinquecento, infatti, ben due rampolli della famiglia dei Medici ascesero al soglio pontificio, sotto i nomi di Leone X e Clemente VII).
anciullezza
Battezzata dopo due giorni dalla sua nascita nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, la piccola Artemisia divenne orfana di madre nel 1605.[2] Fu probabilmente in questo periodo che si avvicinò alla pittura: stimolata dal talento del padre, la bambina spesso lo guardava affascinata mentre si cimentava con i pennelli, sino a maturare un'ammirazione incondizionata e un lodevole desiderio di emulazione. La formazione della Gentileschi avvenne, nell'ambito artistico romano, proprio sotto la guida del padre che fu perfettamente in grado di valorizzare al massimo il talento precoce della figlia.
Ripercorrendo l'iter didattico proprio degli aspiranti pittori del tardo Rinascimento, Orazio introdusse la figlia all'esercizio della pittura, innanzitutto insegnandole come preparare i materiali utilizzati per la realizzazione dei dipinti: la macinazione dei colori, l'estrazione e la purificazione degli oli, il confezionamento dei pennelli con setole e pelo animale, l'approntamento delle tele e la riduzione in polvere dei pigmenti furono tutte perizie che la piccola metabolizzò nei primi anni. Acquisita una certa dimestichezza con gli strumenti del mestiere, Artemisia perfezionò le proprie doti pittoriche soprattutto attraverso la copia delle xilografie e dei dipinti che il padre aveva sotto mano – non era raro, per gli atelier dell'epoca, possedere incisioni di personaggi come Marcantonio Raimondi e Albrecht Dürer – e, contestualmente, subentrò alla madre ormai defunta nelle varie responsabilità della conduzione familiare, dalla gestione della casa e del vitto alla custodia dei suoi tre fratelli minori. Frattanto, Artemisia recepì stimoli cruciali anche dalla vibrante scena artistica capitolina: importante fu la conoscenza della pittura di Caravaggio, artista che aveva stupito il pubblico realizzando gli scandalosi dipinti nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, inaugurata nel 1600, quando Artemisia non aveva che sette anni. Alcuni critici del passato hanno persino avanzato l'ipotesi di una frequentazione diretta tra lei e Caravaggio, che spesso si recava nello studio di Orazio per procurarsi le travi da sostegno per le proprie opere.[3] Molti, tuttavia, ritengono quest'eventualità poco probabile alla luce delle pressanti restrizioni paterne, a causa delle quali Artemisia imparò la pittura confinata entro le mura domestiche, non potendo fruire degli stessi percorsi di apprendimento intrapresi dai colleghi maschi: la pittura, all'epoca, era infatti considerata una pratica quasi esclusivamente maschile. Ciò malgrado, Gentileschi subì ugualmente il fascino della pittura caravaggesca, anche se filtrato attraverso le pitture del padre.[4]
Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610 circa, castello di Weißenstein.
Nel 1608-1609 il rapporto tra Artemisia e il padre si trasformò da un discepolato a una fattiva collaborazione:[5] Artemisia Gentileschi, infatti, iniziò a intervenire su alcune tele paterne, per poi produrre piccole opere d'arte autonomamente (anche se di attribuzione dubbia), dove mostrò di aver assimilato e interiorizzato gli insegnamenti del maestro. Fu nel 1610 che produsse quella che secondo alcuni critici è la tela che suggella ufficialmente l'ingr
tornando a Firenze lei è la prima donna nella storala prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle Arti, riceve prestigiosi incarichi dalla famiglia Medici, frequenta Galileo Galilei e gli artisti coevi, è al centro della vita culturale del tempo. Qui Artemisia si afferma come artista, libera dalla morbosa attenzione mediatica che la costringe a lasciare Roma, e trova la sua strada, quella che la porterà ad entrare a pieno titolo tra i grandi maestri della storia dell’arte.
Ed è proprio questo periodo, cruciale per il percorso artistico di Artemisia, che viene indagato nella mostra curata da Costantino d’Orazio, Cristina Acidini e Sandro Bellesi, che ci introducono anche nel mondo artistico del seicento fiorentino, alla scoperta di artisti meravigliosi e meno conosciuti: da Cristofano Allori a Francesco Furini, passando per Cesare Dandini, Giovanni Martinelli, Filippo Tarchiani, Fabrizio Vannini, Lorenzo Lippi, il Volterrano, Jacopo Vignali e molti altri.
Con il patrocinio del Comune di Firenze, la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia ancora una volta al fianco del Museo degli Innocenti, in collaborazione con Cristoforo.
INFORMAZIONI
Orari apertura
Tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 19.00
(la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti mostra + Museo degli Innocenti
Intero € 16,00
Ridotto € 14,00
Open € 19,00
alla domanda se ai nostri tempi Artemisia Gentileschi potesse essere considerata uno dei più grandi simboli storici di resilienza, riscatto e determinazione ' la risposta è si
La sua vita e la sua carriera artistica incarnano intatti
il concetto moderno di resilienza per tre motivi fondamentali:
• Il trauma e la fermezza nel processo: Nel 1611 subì uno stupro da parte del pittore Agostino Tassi. Durante il successivo e umiliante processo pubblico, Artemisia venne sottoposta a torture fisiche (lo schiacciamento dei pollici) per verificare la veridicità della sua testimonianza. Nonostante la pressione sociale e il dolore fisico, non ritrattò mai la sua accusa.
• La pittura come spazio di catarsi: Trasformò il proprio vissuto traumatico in arte potente e rivoluzionaria. Nei suoi quadri le donne non sono vittime passive, ma eroine bibliche e storiche fiere, forti e capaci di vendetta, come dimostra il celebre dipinto Giuditta che decapita Oloferne.
• Il primato professionale: In un'epoca in cui le donne erano legalmente ed economicamente dipendenti dagli uomini, Artemisia riuscì a imporsi come artista indipendente a livello internazionale. è stata la prima donna in assoluto a essere ammessa alla prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno di Firenze.
Roma era in quel momento un grande centro artistico e la sua atmosfera satura di cultura e di arte costituiva un ambiente unico in Europa. La Riforma Cattolica, in effetti, costituì per l'Urbe un'eccezionale spinta propulsiva e portò al restauro di numerose chiese – e, dunque, a un sostanziale incremento di committenze che coinvolse tutte le maestranze impegnate in quei cantieri – e a svariati interventi urbanistici, i quali sovrapposero all'antica e angusta città medievale una nuova maglia funzionale di strade scandite da immense piazze e delineate da sfarzose residenze gentilizie.
Roma era molto fervente anche dal punto di vista sociale: nonostante l'alta densità di mendicanti, prostitute e ladri, in città affluivano numerosissimi i pellegrini (con l'evidente intento di rafforzare la propria fede visitando i vari luoghi sacri) e di artisti, di cui molti fiorentini (durante il Cinquecento, infatti, ben due rampolli della famiglia dei Medici ascesero al soglio pontificio, sotto i nomi di Leone X e Clemente VII).
Fanciullezza
Battezzata dopo due giorni dalla sua nascita nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, la piccola Artemisia divenne orfana di madre nel 1605.[2] Fu probabilmente in questo periodo che si avvicinò alla pittura: stimolata dal talento del padre, la bambina spesso lo guardava affascinata mentre si cimentava con i pennelli, sino a maturare un'ammirazione incondizionata e un lodevole desiderio di emulazione. La formazione della Gentileschi avvenne, nell'ambito artistico romano, proprio sotto la guida del padre che fu perfettamente in grado di valorizzare al massimo il talento precoce della figlia.
Ripercorrendo l'iter didattico proprio degli aspiranti pittori del tardo Rinascimento, Orazio introdusse la figlia all'esercizio della pittura, innanzitutto insegnandole come preparare i materiali utilizzati per la realizzazione dei dipinti: la macinazione dei colori, l'estrazione e la purificazione degli oli, il confezionamento dei pennelli con setole e pelo animale, l'approntamento delle tele e la riduzione in polvere dei pigmenti furono tutte perizie che la piccola metabolizzò nei primi anni. Acquisita una certa dimestichezza con gli strumenti del mestiere, Artemisia perfezionò le proprie doti pittoriche soprattutto attraverso la copia delle xilografie e dei dipinti che il padre aveva sotto mano – non era raro, per gli atelier dell'epoca, possedere incisioni di personaggi come Marcantonio Raimondi e Albrecht Dürer – e, contestualmente, subentrò alla madre ormai defunta nelle varie responsabilità della conduzione familiare, dalla gestione della casa e del vitto alla custodia dei suoi tre fratelli minori. Frattanto, Artemisia recepì stimoli cruciali anche dalla vibrante scena artistica capitolina: importante fu la conoscenza della pittura di Caravaggio, artista che aveva stupito il pubblico realizzando gli scandalosi dipinti nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, inaugurata nel 1600, quando Artemisia non aveva che sette anni. Alcuni critici del passato hanno persino avanzato l'ipotesi di una frequentazione diretta tra lei e Caravaggio, che spesso si recava nello studio di Orazio per procurarsi le travi da sostegno per le proprie opere.[3] Molti, tuttavia, ritengono quest'eventualità poco probabile alla luce delle pressanti restrizioni paterne, a causa delle quali Artemisia imparò la pittura confinata entro le mura domestiche, non potendo fruire degli stessi percorsi di apprendimento intrapresi dai colleghi maschi: la pittura, all'epoca, era infatti considerata una pratica quasi esclusivamente maschile. Ciò malgrado, Gentileschi subì ugualmente il fascino della pittura caravaggesca, anche se filtrato attraverso le pitture del padre.[4]
Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610 circa, castello di Weißenstein.
Nel 1608-1609 il rapporto tra Artemisia e il padre si trasformò da un discepolato a una fattiva collaborazione:[5] Artemisia Gentileschi, infatti, iniziò a intervenire su alcune tele paterne, per poi produrre piccole opere d'arte autonomamente (anche se di attribuzione dubbia), dove mostrò di aver assimilato e interiorizzato gli insegnamenti del maestro. Fu nel 1610 che produsse quella che secondo alcuni critici è la tela che suggella ufficialmente l'ingr
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