21 MARZO
21 Marzo, primo giorno di primavera
luminoso e caldo, radioso e sereno e noi del gruppo di Scienze della Formazione Primaria di Firenze: Ornella, Maria Rosaria, Cristopher, Sara e Carmelina la nostra tutor che incuriositi ci dirigiamo all’Accademia delle arti del disegno in Piazza San Marco, dove è in corso la Mostra:
“Paesaggi industriali del ‘900 in Toscana”:
Oltre al lavoro prettamente didattico- formativo la nostra professoressa, provenendo noi da regioni diverse, ci ha stimolato ad allargare il dialogo e l’orizzonte anche attraverso una conoscenza di realtà istituzionali e territoriali, eventi sia di Firenze che di tutta la Toscana. Per questo l’esposizione è stata oggetto della nostra attenzione. Una mostra che ci riporta in Maremma, non la Maremma dei girasoli e del mare, ma quella delle miniere, ricchezza per tutta la Toscana ma anche fatica, sudore, pericolo…
Subito, attraverso quelle immagini, entriamo in una realtà a noi giovani molto lontana, praticamente sconosciuta!
Tutte in bianco e nero scattate dall’artista belga Bernard Bay, le foto raccontano la realtà di questa zona del meridione della Toscana dove veniva estratto: argento, rame, allume, pirite.
Il dialogo si arricchisce con l’arrivo del Dott. Alessandro Baldasserini, responsabile della rassegna stessa, appassionato cittadino di Maremma, che orgogliosamente ci porta a vedere l’antico codice del 1294 che faceva parte dello Statuto del libero comune di Massa Metallorum (oggi Massa Marittima).
Esso è visibile solo fino a questo 21 Marzo, perché data la sua particolare età non può più subire questa permanenza alla luce e deve ritornare all’Archivio di Stato che gelosamente lo custodisce.
Intorno all’antico codice, ancora foto di progetti presenti e futuri portati avanti dal parco. Scopriamo cosi una ricca attività di campi estivi, laboratori per ragazzi giovani di tutte le età e di tutto il mondo.
Anche a noi viene voglia di parteciparvi, magari per concludere gioiosamente insieme questi quattro anni di lavoro, godendo nel fare esperienze, scoperte, nell’aprire nuovi dialoghi, in questa terra di Toscana che a tutti noi studenti, che proveniamo in questo caso dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Basilicata, dall’Impruneta e dalla Maremma stessa, Carmelina che è nata ad Orbetello, ci accoglie. Chissà?
Da quest’interessante e vivace visita accogliamo anche la proposta di partecipare al concorso ...
“ Premio letterario nazionale Santa Barbara” giunto alla sua quarta edizione, focalizzando la nostra attenzione proprio sulla patrona dei minatori, S. Barbara.
Ci organizziamo su due filoni: due ricerche, una di testi nella Biblioteca di Spiritualità “Arrigo Levasti”, ubicata proprio dietro San Marco, in via della Dogana, e l’altra sfruttando la casualità che una ragazza del nostro gruppo, non solo si chiama Barbara, ma vive in una zona dove è ricordata questa Santa.
Dopo aver intervistato sia il direttore della “ Levasti” il padre domenicano Fausto Sbaffoni e la bibliotecaria la Dott.ssa Alberta Poltronieri, riportiamo il risultato sia delle nostre ricerche e interviste sia lo scritto di Barbara.
Barbara, dal nome latino barbara ( m) che significa straniera, è per i cattolici la santa protettrice dei minatori, degli addetti alla preparazione e custodia degli esplosivi e, più in generale, di chiunque rischi di morire di morte violenta e improvvisa.
È la santa che rappresenta la capacità di affrontare il pericolo con fede, coraggio e serenità anche quando non c’è alcuna via di scampo. È anche la protettrice della Marina Militare e dei Vigili del fuoco.
S. Barbara nasce nel periodo dell’impero di Massimiano, verso il 217 d.C a Nicodemia di Bitinia. Il Cristianesimo era ancora giovane e Massimiano, rozzo quanto lussurioso, non smentiva i suoi predecessori nella ferocia delle persecuzioni: metodiche, accanite, terribili.
Il padre di Barbara, Dioscoro, nato nel paganesimo e cresciuto ed educato in ambiente ostile, non poteva portare su una famiglia se non secondo le sue credenze religiose.
Di Barbara, ormai prestante giovinetta, Dioscoro voleva farne una moglie ricca e mondana di un giovane di nobile famiglia.
Il tempo, però sovverti i disegni del padre. Egli preoccupato dell’ avvenenza dalla figlia, fece costruire una torre, per rinchiuderla e sottrarla agli sguardi dei troppi pretendenti. Con il passare del tempo Dioscoro comprese che la figlia era diventata cristiana; cercò di farla recedere dalla sua fede con tutti i mezzi: con le minacce, le promesse, le percosse, ma tutto fu inutile.
Barbara fu condannata alla pena capitale e fu il padre stesso il carnefice. Questo avvenne il 4 Dicembre del 305 d.C.
Narra la leggenda, che ad esecuzione avvenuta, il padre fu colpito da un fulmine che lo inceneri'. La fine così raccapricciante della giovinetta, aveva lasciato una traccia troppo vivida nella coscienza dei cristiani, che mai avrebbero pensato che sulle carni di una piccola vergine si potesse abbattere tanto disumano furore.
E’ chiaro che ogni brandello di quella storia fu conservato nella memoria della gente, gelosamente custodito e tramandato fino al giorno in cui fu possibile poterne celebrare liberamente la gloria.
I martiri e i santi sono sempre effigiati con simboli che in qualche modo rievocano le loro vicende.
L’ attributo di Barbara che per primo compare nella sua iconografia è il pavone, che interviene non come simbolo generico di immortalità, ma quale probabile allusione al passo della leggenda in cui si narra che le verghe con le quali la santa fu battuta dal padre i tramutarono in penne di pavone.
Più tardo e più comune è l’attributo della torre, che ricorda la sua prigionia e che, quando è rappresentata con tre finestre, è anche simbolo della trinità, cui la santa rese pubblicamente onore.
Accanto alla torre, che è senz’altro il più caratteristico attributo di Barbara, vediamo spesso, la pisside, che la santa, quale propiziatrice di una morte confortata dai sacramenti, reca fra le mani.
Viene festeggiata dalla chiesa cattolica e da quella ortodossa il 4 Dicembre. Per i minatori questo giorno ha un significato straordinario; è l’unico giorno in cui il lavoro si ferma in tutti i cantieri, regna uno stesso silenzio, si celebrano messe, si benedice la statua di Santa Barbara posta all’ingresso delle miniere e si fa festa comune. In quest’occasione i minatori invocano la protezione della Santa recitando un canto:
In galleria ho sempre lavorato
Finchè una bomba m’ ha rovinato
Anche mio padre faceva quel mestiere
Lasciò la vita nelle miniere.
E la mia nonna sempre me lo diceva
Di stare lontano dalla miniera.
Ma io testardo ci sono sempre andato
Finchè la mina m’ ha rovinato.
Finchè una mina di quella galleria
M’ ha rovinato la vita mia.
Non ci sono medici, nemmeno medicine
Che possan guarire dal male delle mine.
Non c’è più medico e professore
Che può guarire il minatore
O Santa Barbara prega per i minatori
Sempre in pericolo per la loro vita. .
Poesia tratta da L. Ertani
Tra cime e sorgenti
Oltre che con questo canto la santa viene invocata in altri modi: ad esempio a Lama dei Peligni in Abruzzo, i minatori hanno istituito la loro festa che si ripete da allora puntualmente e con sempre maggiore entusiasmo.
Dinanzi al monumentale porticato della chiesa parrocchiale, balla la Pupa, un fantoccio di cartapesta stracolmo di fuochi d’artificio accesi via via, e che, condotto da un esperto ballerino e accompagnato dalle allegre musiche della banda, esegue tarantelle e altri passi di danze popolari. La perfetta riuscita dell’esplosione pirotecnica della Pupa è auspicio di un buono e prospero anno.
Mentre scriviamo questa festa d’Abruzzo, ci ritorna in mente lo scoppio del Carro, il giorno della Santa Pasqua qui a Firenze: la famosa colombina che partendo dalla Cattedrale di S. Maria del Fiore “ vola” per fare incendiare il Carro, che partito dal garage di Porta al Prato è giunto a Piazza Duomo. Anche in questo caso la perfetta riuscita dell’esplosione pirotecnica, apre la speranza di un sereno anno, che non solo auspichiamo per tutti noi ma anche per voi che ci state leggendo.
Il martirio di Barbara continua a sopravvivere, passando indenne attraverso tutte le incursioni della logica e della ragione; la sua è una leggenda forte, tenace e solidamente radicata nella coscienza degli uomini come si può vedere anche da questo lavoro che ha coinvolto anche noi.
Le vicenda di Barbara da Nicomedia si svolse più di 1700 anni fa.E' passato veramente troppo tempo da allora, e le poche notizie pervenuteci sono incerte e frammentarie. Esistono numerose redazioni in greco e traduzioni latine della Passio della Santa, ma sono tutte narrazioni leggendarie, cariche di motivi agiografici, e quindi di scarso valore storico. Si tratta di Passiones non sempre concordanti, soprattutto per quanto riguarda il luogo e l'epoca del martirio. In alcune l'epoca è posta sotto l'impero di Massimino il Trace (235-238), in altre di Massimiano (286-305), in altre ancora sotto quello di Massimino Daja (308-313).Ancora più complesso è il discorso sul luogo di origine: si parla di Antiochia, Nicomedia, Heliopolis. Il Martirologio di Adone le attribuisce natali toscani: "In Thuscia natale Sanctae Barbarae virginis et martiris sub Maxmiano imperatore".Le più cospicue fonti di informazioni sulla vicenda umana e spirituale di Barbara da Nicomedia sono conservate in quattro Codici:
- Il Codice Vaticano Barberino Greco IV, 38 (ff 33-38);
- Il Codice Vaticano Barberino Latino n. 2268 (ff. 1-6);
- Il Codice dell'Archivio Capitolare di Rieti (ff. 35v-38v);
- Il Codice Alessandrino n 96 (ff. 369-373; 375-380).
Nessuno di questi documenti è coevo. Il più prossimo è del VII° secolo e risale, quindi, a 400 anni dopo la sua morte, ma per alcuni la leggenda di Santa Barbara fu introdotta per la prima volta dal Metafraste nel X° secolo.Anche le altre documentazioni "secondarie" sono tardive.La Passio del VII secolo, probabilmente di origine egiziana, è piena di inverosimiglianze.Fu presto tradotta in latino e adattata al nuovo ambiente.
Negli "Acta Sanctorum", nel mese di Dicembre, alla pag. 564, troviamo questa laconica, quanto confusa descrizione: "A Graecis hodie colitur S. Barbara, et consignata est a Rabhano ad diem 16 traslata ab Adone, quem sequitur Usuardus. Huius elogium, modice immutatum, a nostro receptum est. Acta eius a quibusqumque auctoribus graecis, latinis, orientalibus scripta eius modi sunt, ut nemo sapiens viderit quomodo sic expurgari possint ut ad formam tolerabilem reduci queant. Notae temporis gravissimis difficultatibus implexae sunt, quas neque Sollerius nec qui post eum de S. Barbara scripserunt solvere potuerunt; quod peius de loco ubi passa sit summa est dissensio, aliis eam Nicomediae, alii Heliopoli vel etiam in Thuscia, immo Romae collocantibus": ("Oggi 16 Dicembre viene onorato il nome di S. Barbara, ed il giorno è fissato da Rabano, dopo essere stata trascritta da Adone e poi da Usuardo. Le sue lodi, quasi immutate, sono state accolte dal nostro autore. I suoi atti sono stati scritti da autori greci, latini ed orientali in modo tale che nessun saggio riuscirebbe ad emendarli o a riportarli ad una forma accettabile.Le annotazioni del tempo sono piene di gravissime pecche che nè Solerio, nè quelli che dopo di lui scrissero di Santa Barbara riuscirono a districare. E quel che è peggio, c'è disaccordo grandissimo sul luogo dove subì il martirio, poiché alcuni lo collocano a Nicomedia, altri ad Eliopoli, altri nella Tuscia o, addirittura, a Roma").Secondo il Dictionary of Servantes of God canonized by the Catholic Churc, A & C Black Limited, London 1989, a pag. 110, si giunge perfino a ritenere che "l'intera leggenda è chiaramente falsa, e Barbara non è mai esistita".Di certo si può affermare che la martire doveva essere orientale, forse egiziana, e che il suo culto fu probabilmente diffuso in Italia nel VI secolo, durante la dominazione bizantina.La maggior parte degli storici è propensa ad accreditare la nascita di Barbara a Nicodemia, oggi individuabile in Ismit o Kocael in Turchia, nel 273 D. C.Secondo i sostenitori del martirio subito su suolo italiano, tra il 286 e il 287,, Barbara si trasferì presso la villa rustica di Scandriglia con il padre, uno dei principali sostenitori dell’Imperatore Massimiano Erculeo, dove questi gli aveva donato ricchi e vasti possedimenti in Sabina.Controversa è la data del martirio.Varie fonti indicano tre periodi diversi: sotto l'Imperatore Massimino (235 – 238), sotto Massimiano (286 – 305), sotto Massimino Daia (308 – 313). Nemmeno sul luogo del martirio ci sono dati certi: si dice a Nicomedia, ma addirittura c'è chi indica anche la Toscana o Roma. La tradizione "italiana" vuole che il martirio avvenne nella zona campestre indicata nei codici antichi con una espressione generica “ad aram solis” o “in loco solis”, denominazione della zona costa del sole oggi denominata Santa Barbara. Sempre la tradizione inoltre afferma che la treccia di Santa Barbara fosse visibile all’innocenza dei bambini alla sorgente omonima. Il nobile Valenzano curò la sepoltura del corpo presso la fonte, oggi chiamata sorgente di Santa Barbara, che diventò da subito meta di pellegrinaggio, anche per le doti miracolose che si attribuirono all'acqua che sgorga. Quando l’imperatore Costantino nel 313 consentì di rendere un culto esterno ai martiri, i fedeli ornarono il sepolcro e di seguito vi costruirono un oratorio che fu trascurato però dal IX secolo, per essere abbandonato definitivamente durante l’invasione saracena. Attorno all’anno 1000 fu eretta una chiesa completamente rifatta, e che esiste ancora oggi. Tra il 955 ed il 969 i reatini organizzarono una spedizione a Scandriglia, in provincia di Rieti, e dopo varie ricerche trovarono il suo corpo, che sottratto, fu portato al sicuro nella Cattedrale di Rieti. Martiri e santi sono sempre effigiati con simboli che in qualche modo rievocano la loro vicenda. Gli evangelisti, con l'angelo, con il bue, con il leone, con l'aquila. San Giovanni Battista è sempre rappresentato con l'immancabile agnello, San Rocco col cane, S. Antonio Abate con un porcellino.Quasi tutti sono rappresentati con la palma, la corona, la spada. A San Lorenzo è sempre associata la graticola, a Santa Caterina la ruota dentata, a San Giusto un sasso.Santa Barbara è sempre raffigurata con almeno uno di questi simboli: la croce, la corona, il pavone, il calice, la torre. In alcuni casi la torre diventa un tempietto o altro edificio architettonico per significare il suo patrocinio sugli architetti "civili" in quanto derivazione degli architetti e delle architetture militari in genere.Non è chiara l'origine simbolica del pavone. Forse voleva esprimere che la Santa era invocata per evitare la morte, ed il pavone era il simbolo di lunga vita e d'immortalità. Per altri la penna del pavone indicherebbe Eliopoli ritenuta la patria della fenice, cioè il volatile favoloso dell'Arabia che ogni cinquecento anni si lasciava bruciare sul rogo per poi rinascere dalle proprie ceneri .Per altri Barbara viene rappresentata con la piuma del pavone perché secondo una leggenda, durante la tortura, le verghe con la quale il padre la picchiava si trasformarono in piume di pavone.Agli inizi del 900 nella caserma Dogali di Torino, presso il 50° Reggimento Genio Minatori, circolava un manuale militare compilato da un ufficiale per l'addestramento della truppa che nella pagina dedicata a Santa Barbara narrava che la fanciulla di Nicomedia, segregata nella torre dal geloso genitore, aveva scoperto, mescolando una certa quantità di salnitro raschiato dalle umide pareti della torre con altri ingredienti rinvenuti sul posto, una miscela esplosiva della quale si era servita per aprire la breccia nella torre ed evadere.Ritornando al martirio di Barbara vale la pena citare la tesi - peraltro molto valida - che la tragedia non si sia compiuta nell'arco di qualche settimana o soltanto di pochi giorni, ma bensì sia durata più di 300 giorni, ovvero nove mesi. La scoperta di Dioscoro della conversione al cristianesimo della figlia risale probabilmente al marzo del 290, più o meno all'epoca in cui si dice che sia morta la madre di Barbara, Chiara. La sentenza di morte è eseguita ai primi di dicembre dello stesso anno.Nove mesi, dunque, potrebbe essere durato l'intero ciclo della tragedia, che comprende la "confessione", i primi, increduli momenti di stupore del padre, i reiterati tentativi di dissuasione, la testarda e reiterata opposizione della figlia, il tentativo di aggressione, la fuga, la cattura, la consegna a Marciano, il processo, la condanna, il martirio. Quasi trecento giorni di pressioni, minacce, intimidazioni, ricatti, percosse, prima di raggiungere l'acme della furia omicida. Un calvario, un lungo estenuante calvario vissuto dalla piccola fanciulla di Nicomedia, con la serena, olimpica, implacabile fermezza di chi è protetto dalla corazza della Fede.L'episodio della terza finestra - ma anche quelli della fuga, cattura e morte - devono essere pertanto soltanto gli ultimi, a coronamento di un intero ciclo persecutorio, di una vera e propria Via Crucis. Quando, rientrando da Roma, Dioscoro scopre che la figlia ha ordinato ai muratori l'apertura della famosa terza finestra, la situazione fra i due è già gravemente compromessa.Sappiamo che Barbara era una fanciulla bellissima, e non perché il culto postumo dei devoti ha voluto arricchirla di questa virtù, ma perché le fonti non a caso narrano che il padre, per proteggerla dagli sguardi, e non solo da quelli, impudichi degli uomini, fu indotto a rinchiuderla nella famosa torre ita ut non videretur ab hominibus. In breve: il padre non la rinchiuse, almeno nelle prime fasi del dramma, per segregarla o punirla, ma soltanto per proteggerla.Non è neppure chiaro se quella torre fu fatta costruire all'uopo. Secondo alcuni egli volle proteggerla da probabili rapimenti durante le sue prolungate assenze. Mons. Marini confuta questa versione e sostiene che quella torre era preesistente all'insediamento di Dioscoro in quel sito. Il padre, secondo sempre Mons. Marini, si limitò a far costruire il famoso bagno dei miracoli per rendere il luogo più confortevole.Quasi tutte le fonti narrative indugiano sull'impulso collerico che avrebbe scatenato la furia omicida di Dioscoro. La collera ci fu, ma la terribile morte di Barbara non fu causata da un attimo di smarrimento delle facoltà cognitive del padre. Il delitto maturò, in modo sordo, progressivo, graduale man mano che l'uomo andava accumulando sconfitte su sconfitte. Lui non riusciva a farsene una ragione. Da dove cavava quell'esile, piccola, disarmata bambina, la forza per resistere alle minacce, alle lusinghe, ai ragionamenti pacati come alle sue tremende sfuriate?E poi, chissà, fosse dipeso da lui, avrebbe potuto anche transigere, ma era ossessionato dai pettegolezzi della Corte. Lui "avrebbe voluto che la figliola unica, che seco aveva condotta da Nicomedia, avesse sfoggiato la grazia di sua gioventù in mezzo al fasto di Roma pagana. La figliola, però, da cristiana fervente e sincera, ricusò di ubbidire ai mondani desideri del padre".Lo stesso nome che è sopraggiunto a noi, Barbara, associato alla figlia di Dioscoro, probabilmente contribuì a rendere ancor più invisa ai suoi occhi quella figlia degenere. Quel nome, infatti, le fu appiccicato dalle solite megere che da sempre infestano le Corti. La condotta della vergine nicomediese "inesplicabile per le dame del patriziato Romano, le valse forse l'appellativo di "barbara": i romani, infatti, chiamavano "barbari" tutti gli stranieri, e poichè non è supponibile che Dioscoro abbia chiamato con un nome, che fra i romani suonava disprezzo, l'unica sua figlia, bisogna ammettere che siano state le matrone e le donzelle patrizie a chiamare la fanciulla, in tono di commiserazione illa barbara ".Il martirio di Barbara continua a sopravvivere, passando indenne attraverso tutte le incursioni della logica e della ragione: perché è una leggenda forte, tenace, persistente, solidamente radicata nella coscienza degli uomini. La vicenda di Barbara da Nicomedia è fatta per resistere! La sua forza è tutta nel modulo narrativo; un modulo di facile e di immediata lettura, di tipica fattura manichea e quindi senza sfumature, senza tonalità grigie. Se vogliamo potremmo arrivare a dire che Dioscoro e Barbara sono due metafore: le metafore della vita: male e bene, paganesimo e cristianesimo, vecchio e nuovo, forma e sostanza, materia e spirito, odio e amore.Oggi queste riflessioni appaiono scontate se non banali. Ma se riandiamo a 1700 anni indietro, quando la nuova religione incontrava forti difficoltà a farsi ammettere al cospetto dei popoli, la logica di quella struttura narrativa è tutt'altro che banale.Nel canto popolare che si usava eseguire nella provincia di Arezzo, questa chiave di lettura è di immediata visibilità. Vi si ritrovano, espliciti e convincenti, i temi dell'opposizione manichea fra il bene e il male che è poi l'eterna, immanente polarità che ispira l'intera impalcatura motivazionale del cristiano: da una parte il premio, dall'altra la condanna; da una parte l'inferno, dall'altra il paradiso; ai "suoni e canti" si oppongono i "sospiri e pianti".E' per quel premio, per il paradiso, per "i canti e suoni" celestiali che centinaia di migliaia di uomini e donne si lasciarono massacrare dai loro aguzzini:
"Io vado in paradiso e te all'inferno:
io' n paradiso con canti e suoni;
e te all'inferno con sospiri e duoli;
Io 'n paradiso con suoni e canti;
e te all'inferno con sospiri e pianti".
La stessa morte dell'empio padre costituisce un esempio tangibile del dualismo di cui è intrisa tutta intera la narrazione. La saetta che lo colpisce non si limita, infatti, ad ucciderlo, ma lo incenerisce, lo polverizza, lo annienta (ignis cecidit de caelo et combussit eum ita ut nec pulvis inveniretur). Di Dioscoro non resta traccia! In questa morte non è rappresentata, insomma, la sola la funzione punitiva, ma si vuol evidenziare che la morte del peccatore è vera morte, è vuoto, è nulla, in contrapposizione al premio spettante al giusto, che è pregnanza, vera vita, eternità.L'altro messaggio che si coglie con chiarezza dalla Passio è l'esortazione al coraggio. Il coraggio è forse uno dei valori troppo speso trascurati dagli studiosi di Storia del Cristianesimo. Esso è invece il tratto comportamentale più palese in tutte le manifestazioni esteriori dei primi cristiani. E' il classico coraggio dei forti. E' il coraggio di quelli che non imprecano, non urlano, non inveiscono. Il processo mentale e spirituale che porta il cristiano a diventare coraggioso, è a sua volta semplice, chiaro ed intuitivo: nessuna azione, la più malvagia che l'uomo possa esplicare su di lui, sui suoi cari, sul suo corpo pur atterrirlo perché in fondo a quel percorso di dolore vi è la luce eterna, Dio!Per ben trecento i cristiani, e Barbara con loro, si sono lasciati guidare da questa luce. Dopo la morte di Barbara vi sarà ancora un'escalation del terrore voluta da Diocleziano. Poi, con Costantino, nel 313 l'incubo finirà, e i cristiani potranno professare liberamente la propria Fede.
Santa Barbara e miniera: energia, arte e teatro
Cavriglia si estende nel Valdarno Superiore occpuando le pendici dei monti del Chianti e un altopiano terrazzato sulla riva sinistra dell'Arno. Dopo aver fatto parte della comunità San Giovanni Valdarno, la stessa Cavriglia fu nominata comunità nel 1774. Le origini dell’abitato risalgono sicuramente all’epoca romana anche se, il ritrovamento di alcune carte relative a donazioni di case, terre e poderi di San Giovanni a Cavriglia, fatte da membri dei Firidolfi-Ricasoli alle abbazie di Coltibuono e di Passignano, sembra farle risalire ai primi anni del Mille. Gli abitanti della zona, durante l'occupazione nazista, subirono violente rappresaglie culminate nel luglio del 1944 con il massacro di più di duecento civili tra Castelnuovo dei Sabbioni e Meleto. In passato la maggior parte dell’economia locale si basava essenzialmente sull'agricoltura in particolare su prodotti come cereali, legumi, olio e vino, sulla coltura del gelso, sulla caccia e sulla produzione di terraglie. Con la scoperta della lignite, di cui il territorio era ricchissimo, l'attività estrattiva è divenuta il motore dell'economia locale (tra il 1930 e il 1940 vi erano impiegati almeno seimila operai). A seguito degli imponenti sbancamenti fatti tra il 1960 e il 1970 nella zona di Castelnuovo dei Sabbioni (con la conseguente creazione della grande centrale termoelettrica di Santa Barbara) questa tradizionale attività ha subito da una decina di anni un ridimensionamento dovuto ai limiti imposti per la salvaguardia del paesaggio (invero già fortemente stravolto) e per la sicurezza stessa degli abitanti. L'agricoltura, che ha una buona produzione di vino, olio, cereali, mais e pomodori, ha oggi un ruolo secondario, mentre nel territorio operano aziende di attrezzature meccaniche per l'edilizia, fornaci di laterizi, industrie di abbigliamento e imprese artigiane per la produzione di mobili
La Centrale termoelettrica di Santa Barbara, situata in località Santa Barbara nel comune di Cavriglia (Arezzo) ai piedi delle colline del Chianti nel versante che guarda il Valdarno superiore, eroga una potenza lorda complessiva di 250 MW ripartita in due gruppi "monoblocco" da 125 MW ciascuno. L'impianto è entrato in servizio negli anni 1957-58, originariamente alimentato con la lignite proveniente dalla adiacente miniera di Castelnuovo dei Sabbioni ed Allori.
L’edificio principale è stato inserito nel 2001 fra le immagini simbolo dell’Architettura Toscana del Novecento in una mostra realizzata a Firenze dalla Regione Toscana e dalla Fondazione Michelucci.
La miniera
L’attività nella Concessione Mineraria Santa Barbara ha attuato lo sfruttamento industriale di un banco di lignite xiloide con il metodo della coltivazione a cielo aperto per l’alimentazione della Centrale Termoelettrica Santa Barbara. Gli scavi a cielo aperto, iniziati nella seconda metà degli anni ‘50, hanno introdotto un nuovo sistema di "coltivazione" del banco lignitifero abbandonando il vecchio metodo di coltivazione in sotterraneo attivo nella zona dal 1860. Terminata l’escavazione della lignite più profonda (43,7 milioni di tonnellate al marzo 1994) gli scavi sono proseguiti per effettuare il riempimento dei vuoti creati al fine di ottenere una sistemazione morfologico-ambientale per restituire il territorio fruibile a tutti gli utilizzi cui può essere destinato. Sono stati eseguiti rimboschimenti per 240 ha a fronte dei 283 ha complessivi previsti. Il riassetto idrografico prevede la formazione del lago Castelnuovo di circa 12 Mmc di volume e del lago Allori di circa 3,3 Mmc di volume, attualmente in fase di ripresentazione dello Studio d’Impatto Ambientale (SIA).
Disco verde, finalmente, per il recupero ambientale dell'area mineraria denominata Santa Barbara tra Cavriglia e Figline, gestita dall'Enel. Dopo 12 anni di attesa si comincerà a mettere mano ai 1.700 ettari in cui fino al 1994 si estraeva lignite per alimentare la centrale elettrica di Cavriglia. L'ammontare dei costi per l'importante riassetto, a carico di Enel, sarà di almeno 25 milioni di euro. Nasceranno due bacini idrici che saranno realizzati nel rispetto dei principi dell'ingegneria naturalistica garantendo il deflusso minimo vitale degli emissari. Partiranno le riforestazioni, saranno sistemate le sponde, si prenderanno misure per proteggere la fauna. E, soprattutto, sarà creato un parco pubblico di oltre 50 ettari. Verranno recuperate le vecchie strade bianche mangiate dalla miniera e ne saranno costruite di nuove, e poi piste ciclabili, servizi per ricollegare i centri abitati ai margini dell'area ex-mineraria e rendere pienamente accessibile la zona. E ancora: saranno installate due mini-centrali idroelettriche, sfruttando i dislivelli dei corsi d'acqua. Per salvaguardare la memoria storica del territorio, saranno inoltre conservati e messi in sicurezza gli imbocchi di due miniere di lignite, Santa Virginia e le Carpinete. L'Enel cederà anche gratuitamente ai comuni di Cavriglia e Figline fabbricati e terreni per opere di urbanizzazione, e alle province di Arezzo e Firenze le aree interessate dai corsi d'acqua e dai bacini idrici pubblici. A dare il via all'operazione l'accordo che è stato firmato firmato oggi tra Regione, Province di Firenze e Arezzo, Comuni di Cavriglia e Figline Valdarno e Enel produzione (titolare della concessione mineraria fino al 2021). Sotto all'accordo le firme dell'assessore Marino Artusa, del presidente della Provincia di Arezzo, Vincenzo Ceccarelli, dell'assessore alla difesa del suolo della Provincia di Firenze, Tiziano Lepri, dei sindaci di Cavriglia, Ivano Ferri e di Figline, Silvano Longini, e di Sandro Valery di Enel Produzione spa."Un evento importante – commenta l'assessore Artusa – che segna lo sblocco di una situazione dopo lunghi anni di mancato accordo, e l'avvio di un vasto progetto condiviso di recupero ambientale di un territorio delicato come quello delle ex-cave di lignite di Santa Barbara. Si tratta di un percorso concertato tra la Regione, tutti gli enti locali coinvolti, e l'Enel che si impegnano a fare ciascuno la propria parte al fine di raggiungere l'obiettivo di una adeguata futura fruizione dell'area mineraria da parte della collettività locale. Il nostro obiettivo è la valorizzazione di questo territorio favorendo la nascita di un nuovo tessuto socio-economico e puntando sulla sua riqualificazione e integrazione paesaggistica e ambientale, oltre che funzionale e strutturale, senza dimenticare la memoria storica del luogo. Voglio segnalare positivamente i due mini-idro, che pur essendo delle piccole centrali costituiscono un segnale che va apprezzato nel momento in cui la Regione scommette sulle fonti rinnovabili".La concessione "Santa Barbara", nel Comune di Cavriglia e di Figline Valdarno, deriva dall'accorpamento di varie attività minerarie che hanno operato fino dai primi anni del secolo scorso. Passando attraverso vari concessionari, la titolarità viene infine trasferita alla Enel Produzione S.p.A, con scadenza al 2021. Coltivata prima in sotterraneo e poi dal 1956 a cielo aperto, nel 1994 i lavori sono stati interrotti per esaurimento del giacimento. Iniziò a quel punto una lunga vertenza sulla definizione del progetto di recupero ambientale previsto già da un decreto ministeriale del 1989. Il progetto proposto dall'Enel nel 2000, sottoposto, in ottemperanza alle nuove norme statali e regionali sulla valutazione di impatto ambientale, alla procedura di Via di competenza del ministero dell'ambiente, venne bocciato. Successivamente sono state richieste all'Enel nuove documentazioni e integrazioni al progetto, e nel febbraio del 2006 in una riunione promossa dall'assessore regionale all'ambiente è stato costituito un gruppo tecnico di lavoro e sono state definite le linee di intervento, premessa dell'accordo odierno, che individua gli interventi da realizzare nelle 30 zone in cui è stato suddiviso il territorio da recuperare, fissando modi e tempi e verifiche delle fasi attuative. "Il protocollo firmato oggi, che costituisce un punto di svolta importante – prosegue l'assessore Artusa – è anche la cartina di tornasole del nuovo rapporto impostato con l'Enel da parte dell'amministrazione regionale, che consideriamo un buon viatico per gli altri temi di confronto con l'Enel, come quello della geotermia".
Come ci si arriva:
Da Roma: uscita casello A1 Valdarno. Al casello a sinistra seguendo i cartelli Enel Centrale S. Barbara;
Da Firenze: uscita casello Incisa A1. Al casello a sinistra su S.S. 69 oltrepassare gli abitati di Incisa Valdarno e Figline Valdarno. 5 km dopo Figline bivio a destra per Enel Centrale S. Barbara.
Da Est e da Ovest arrivare a S. Giovanni V.no e seguire le indicazioni per S. BARBARA - MELETO.
BIBLIOGRAFIA:
“ Biblioteca sanctorum” istituto Giovanni XXIII.
SITOGRAFIA:
www.pitturaedintorni.it
www.comune.lama-dei-peligni.ch.it
www.wikipedia.org.
www.marina.difesa.it.
http://www.enel.it/attivita/energia/energia_da_vivere/centrali_da_visitare/santa_barbara/
http://www.primapagina.regione.toscana.it/index.php?codice=16466
http://www.paginesi.it/prov_ar/cavriglia/storia.htm
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