domenica 9 agosto 2026

orenzo e i Tabernacoli Parlanti

Lorenzo e i Tabernacoli Parlanti Era una mattina chiara, di quelle che fanno brillare i tetti di Firenze come se fossero d’oro. Lorenzo camminava piano, con la sua mappa vecchia del 1800 tutta piegata, e quel modo gentile di guardare le cose che pareva una carezza. Ogni tabernacolo, per lui, era un amico antico. Davanti al tabernacolo della Crocifissione, in via dell’Agnolo, Lorenzo si fermò. Il silenzio era così fitto che pareva un velo. All’improvviso, una voce uscì dall’affresco, una voce che solo chi ama davvero può sentire: «O bischero bono… tu tu’ torni sempre qui. T’ho visto cresce’, studia’, e tu m’hai rimesso in luce quand’ero quasi perso.» Lorenzo sorrise, con quella dolcezza che gli conoscono bene i volontari. «Un t’ho rimesso io… t’ha rimesso Firenze, che un voleva perde’ la sua memoria.» Dietro di lui, un vecchio scalpellino del Cinquecento — o forse solo un’ombra del tempo — ascoltava stupito. Gli tremavano gli occhi, come se avesse ritrovato un figlio. Lorenzo prosegui e in via delle Conce, la Madonna del tabernacolo, appena restaurata, gli parlò con voce lieve: «Tu t’eri accorto di me quando nessuno mi guardava più… Da quell’ombra sulla cornice m’hai ritrovata.» Lorenzo chinò il capo, quasi commosso. «Le ombre un son mai vuote… portan sempre qualcosa da raccontare.» Una lavandaia del Seicento, con il grembiule bagnato, apparve come un soffio di vento. Guardò Lorenzo e disse: «Ma tu chi sei, che parli co’ le Madonne come fossero persone.» Lorenzo rispose piano: «Son uno che ascolta. E loro, se tu le rispetti, parlano.» La donna sorrise, e sparì come una riga d’acqua sull’Arno. Cammin facendo giunse davanti al tabernacolo dell’Oltrarno, un pittore del Cinquecento — mani sporche di pigmenti, occhi pieni di cielo — uscì dalla cornice come se fosse sempre stato lì. «O giovinotto, tu guardi il mio lavoro come se l’avessi fatto ieri… Ma tu lo sai che l’ho dipinto per la gente, mica per la gloria.» Lorenzo annuì. «E io lo racconto alla gente, mica ai libri.» Il pittore rise, una risata larga e buona. «Allora tu fai il mestiere più bello del mondo.» Non stanco per il lungo cammino fatto si infilò in via dei Malcontenti in quella strada antica, dove un tempo passavano i condannati, il tabernacolo di Sant’Onofrio parlò con voce profonda: «Qui la gente piangeva… E io gli tenevo compagnia. Ora tu tu’ vieni a trovarmi, e mi fai sentire ancora utile.» Lorenzo posò una mano sulla pietra serena. «Un tabernacolo un smette mai d’esse’ utile. Basta che qualcuno lo guardi.» Un frate del Quattrocento, con la tonaca consumata, apparve accanto a lui. Guardò Lorenzo come si guarda un miracolo. «Tu tu’ fai quello che facevo io: consoli la gente, ma senza predica’.» Il segreto dei tabernacoli Alla fine del suo cammino, Lorenzo si voltò verso tutti i tabernacoli che aveva incontrato. E tutti, come un coro antico, gli dissero: «Tu ci fai campa’. Tu ci fai parla’. Tu ci fai ricordare chi siamo.» Lorenzo rispose con voce lieve: «E voi fate campa’ me.» E Firenze, quella Firenze che sa ascoltare chi la ama, si illuminò come una lanterna. 💛 Morale della fiaba I tabernacoli un parlano a chi passa. Parlano a chi si ferma, a chi rispetta, a chi ascolta. E Lorenzo è uno di quelli che ascolta davvero. Tocchetti

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